Recensione “Dune” 🪐

«Paul percepì il dolore della madre, ma dentro di sé sentì il vuoto.
Non provo alcun dolore, pensò.
Perché, perché?
La sua incapacità di provar dolore gli parve un terribile difetto.» 💧

Trama: Arrakis è il pianeta più inospitale della galassia. Una landa di sabbia e rocce popolata da mostri striscianti e sferzata da tempeste devastanti. Ma sulla sua superficie cresce il melange, la sostanza che dà agli uomini la facoltà di aprire i propri orizzonti mentali, conoscere il futuro, acquisire le capacità per manovrare le immense astronavi che garantiscono gli scambi tra i mondi e la sopravvivenza stessa dell’Impero. Sul saggio Duca Leto, della famiglia Atreides, ricade la scelta dell’Imperatore per la successione ai crudeli Harkonnen al governo dell’ambito pianeta. È la fine dei fragili equilibri di potere su cui si reggeva l’ordine dell’Impero, l’inizio di uno scontro cosmico tra forze straordinarie, popoli magici e misteriosi, intelligenze sconosciute e insondabili. Con Dune Frank Herbert inaugura la serie di romanzi divenuti ormai di culto, che segneranno in maniera indelebile l’immaginario fantascientifico letterario e cinematografico degli anni successivi.

Recensione: Sono state poche le volte in cui mi sono trovata così tanto in difficoltà a scrivere una recensione.
(Recensione che non lo sarà mai, perché saranno parole e pensieri confusi carichi di emozione.)

Sono state poche le volte in cui non avrei mai voluto che finisse.
In cui avrei voluto vivere lì per sempre e non tornare alla realtà.

È così terribilmente reale da fare male.
Così reale da scavarmi una voragine nel petto, come se lo stesso Creatore (verme delle sabbie, per gli amici) mi inghiottisse all’improvviso.

Io ora sento solo un vuoto, perché non sono semplici parole messe lì per creare una storia.
È un intero mondo, un mondo nuovo per me.
Un mondo che mi ha completamente rapita e affascinata.
Un mondo che mai vorrei lasciare.

Sapete quanto io sia facile alle lacrime davanti ad una storia che mi ruba il cuore, ma questo è stato diverso.
Perché durante la lettura sono riuscita a controllarmi, a controllare le mie emozioni.
È quando tutto è finito, che è successo il casino.
È quando mi sono resa conto di essere arrivata alla fine, che tutte le emozioni che ho trattenuto mi hanno investita.

Ecco vedete, sto sproloquiando e non riesco a tirare fuori le parole giuste.
Mi faccio sopraffare dal mio stato d’animo e tutto va a puttane, mannaggia a me.

»Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi…«

Perché questa non è una semplice storia, è un viaggio interiore incredibile.
E io mi sento completamente cambiata.
Non so descriverlo e questo mi spezza.

Potrei stare qui ore a girarci intorno, ma non ci sto più.
Sappiate solo che questo è uno dei libri più belli che io abbia mai letto finora.
Rimarrà per sempre parte di me.
Ora mi resta solo continuare questo viaggio, per non finirlo mai.

Recensione “Galatea” 🌺

«Il fondo dell’oceano era sabbioso e morbido come un cuscino. Mi ci sono adagiata e ho dormito.» 🌊

Trama: Galatea, la statua che la dea Afrodite ha reso viva in uno slancio di benevolenza verso Pigmalione, il grande scultore greco, è ora una donna a tutti gli effetti: la sua bellezza uguaglia, o probabilmente supera, quella della marmorea opera d’arte del suo creatore. Dopo averla presa in moglie, l’uomo pretende che lei lo ripaghi incarnando altissime virtù di obbedienza e umiltà, assoggettandosi al suo desiderio. Così, per quanto Galatea provi un sottile piacere nell’usare la propria avvenenza per manipolare lo sposo, in lei comincia a farsi strada un sentimento di ribellione. Nell’ossessiva speranza di fermarla, il marito la tiene sotto stretta sorveglianza in una clinica, controllata da dottori e infermiere. Ma quando le nasce la figlia Pafo, in Galatea si desta un vigile istinto materno, pronto a esplodere al primo segno di pericolo. Ormai è troppo tardi per ostacolare la decisione di spezzare le catene della prigionia, costi quel che costi. Da Ovidio a Goethe al noto Pigmalione di George Bernard Shaw, il mito a cui si ispira questo racconto ha sedotto i lettori nei secoli: Madeline Miller ce lo ripresenta con la sua tipica sensibilità, in una chiave che si muove tra tempo antico e contemporaneo, proponendoci un ribaltamento di prospettiva che ci induce a riflettere su come leggiamo e rileggiamo le storie. Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Ambra Garlaschelli che, nell’interpretare la prosa dell’autrice, costruiscono a loro volta un ipertesto potente, iconico, poetico e lucidamente attuale.

Recensione:
Un racconto di sole 72 pagine, in grado di scavarti dentro e spezzarti nel profondo.
Un racconto che tratta temi di estrema importanza, raccontati con delicatezza, ma di un’intensità incredibile.

Distogliete lo sguardo da “La canzone di Achille” e da “Circe”, perché questo è proprio un’altra storia.

Attraverso un mito, Madeline Miller ha espresso a parole qualcosa di maledettamente attuale.
Leggere, in sole 72 pagine, di violenza domestica, di come viene trattata la donna e il suo corpo, ti spezza.
Il modo in cui Madeline Miller ti racconta questa storia, ti spezza.
E ti rende consapevole.

Per non parlare delle meravigliose illustrazioni di Ambra Garlaschelli, che sono state in grado di rendere reale questo racconto.
Hanno accompagnato le parole della Miller come se fossero una cosa sola.

Penso che non servano troppe parole davanti a ciò, perché si racconta già da sé.
È un pugno allo stomaco, che dura il tempo di un respiro.
Non si può rimanere indifferenti davanti a queste parole.